Scuola e inclusione: le quote dei ragazzi stranieri e il potenziamento della lingua italiana sono inclusivi o ostativi all’inclusione?


Da qualche giorno si è acceso un forte dibattito sulle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni riguardo alle nuove regole per l’inclusione scolastica degli studenti stranieri, che potrebbero entrare in vigore dal prossimo anno. Il piano si articola su tre punti cardine:
  1. Il divieto di veli o burqa in classe;
  2. Il potenziamento dello studio della lingua italiana;
  3. Il limite massimo del 30% di alunni stranieri per classe.
Come spesso accade di fronte a provvedimenti che mirano a modificare lo status quo, si sono sollevate polemiche immediate. Molte di queste critiche appaiono chiaramente mirate a colpire una parte politica, senza guardare alla reale esigenza di chi da queste norme dovrebbe trarre il beneficio maggiore: gli stessi ragazzi stranieri.
Se da un lato assistiamo al solito rumore di fondo dei social, alimentato da chi si improvvisa tuttologo senza alcuna competenza, dall’altro preoccupa l’atteggiamento di chi, in modo capzioso, etichetta queste decisioni come “discriminatorie”. Si tratta di posizioni ideologiche: pur sapendo che un modello d’accoglienza strutturato è l’unico modo per aiutare davvero questi ragazzi, si preferisce aizzare la polemica per meri calcoli elettorali, ignorando il danno arrecato ai destinatari del provvedimento.

Il principio della reciprocità e il ruolo delle Istituzioni

Quando si parla di rispetto – con riferimento al divieto di veli o burqa in aula – è evidente che la regola debba essere bilaterale. Non è logico pensare che il dovere di rispetto gravi solo su chi accoglie e mai su chi viene accolto. Rispettare la cultura, gli usi e le tradizioni del popolo ospitante, storicamente generoso come quello italiano, dovrebbe essere il prerequisito fondamentale di ogni percorso di integrazione.
Chi arriva in Italia dalle zone più svantaggiate del pianeta lo fa generalmente per due motivi: o per fuggire da guerre, povertà e regimi repressivi, oppure perché ha scelto l’Italia come il luogo in cui costruire il proprio futuro, apprezzandone la società e lo stile di vita. Inoltre, l’accoglienza nel nostro Paese si traduce in misure concrete: basti pensare che il sistema di welfare italiano destina ai sussidi per i cittadini stranieri circa 1,4 miliardi di euro all’anno (dati ufficiali INPS).
Di fronte a questo sforzo collettivo, ha senso alimentare sterili controversie? Lasciare che le studentesse indossino il burqa all’interno delle scuole può davvero favorire l’integrazione? Un’aula in cui i ragazzi non possono nemmeno guardare in viso il proprio compagno di banco è un modello inclusivo? La risposta appare ovvia a chiunque usi il buonsenso.
Esiste poi un paradosso di fondo: se molti migranti scappano dai propri Paesi proprio per sottrarsi alle imposizioni di governanti islamici radicali, com’è possibile che, una volta arrivati qui, si pretenda di applicare le medesime consuetudini? Nessuno vieta l’uso di determinati simboli in casa propria o per strada, ma all’interno della scuola – che è una delle massime Istituzioni dello Stato – si devono rispettare le regole del Paese ospitante.

Il modello delle classi e l’esempio europeo

L’integrazione, per definizione, avviene nel momento in cui ci si rapporta con la comunità autoctona. Se si creassero classi composte quasi interamente da alunni stranieri e da pochissimi italiani, il meccanismo si ribalterebbe: sarebbero i ragazzi italiani a dover fare lo sforzo di integrarsi.
Questo principio è talmente valido da essere applicato anche in realtà storicamente multietniche. In Francia, ad esempio, spesso presa a modello per le politiche migratorie, i ragazzi stranieri che non padroneggiano la lingua vengono inizialmente inseriti in aule differenziate per l’apprendimento del francese. Il loro inserimento nelle classi comuni con i coetanei francesi avviene in modo graduale, in base ai progressi linguistici, limitando all’inizio la frequenza comune solo alle ore di educazione fisica e arte.

Oltre la retorica “radical chic”

Chi critica queste proposte spesso non compie lo sforzo di immedesimarsi in chi ha bisogno di accoglienza. Se fossimo noi a dover fuggire in un Paese straniero, cosa vorremmo per i nostri figli? Desidereremmo un’integrazione reale con i residenti o un isolamento sociale mascherato da “rispetto delle diversità”? Vorremmo che lo Stato ospitante offrisse loro corsi mirati per imparare la lingua locale o preferiremmo vederli abbandonati in una classe senza la possibilità di seguire le lezioni? La padronanza della lingua è, e rimane, il primo e fondamentale pilastro di una vera cittadinanza.
In questa analisi tralasciamo volutamente le profonde asimmetrie di trattamento tra i diritti di cui godono i cittadini islamici in Italia – dove è garantita la libertà di culto e la costruzione di moschee – e i rischi drammatici che corrono i cristiani in molte aree del mondo islamico.
Questo è un tema che la retorica radical chic preferisce ignorare. È una tendenza che fa molta presa sui media, ma che non si interroga mai su cosa desiderino davvero, ad esempio, le giovani donne islamiche: se preferiscano l’obbligo del velo o la libertà di interagire a viso scoperto con i propri compagni. Se a questi paladini dell’accoglienza a parole si chiedesse di adottare concretamente una famiglia straniera o di sostenerla economicamente, probabilmente si tirerebbero indietro.
La vera accoglienza non si fa con gli slogan sui social, ma con regole chiare che permettano una convivenza civile, sicura e rispettosa dei valori della nostra società.
Buona integrazione a tutti!