Manifestazione o guerriglia urbana? La parabola del dissenso e il silenzio della politica


Guardando le immagini di Piazza Duomo a Milano, i dubbi lasciano il posto a una realtà inequivocabile: non si tratta più di una semplice manifestazione, ma di vera e propria guerriglia urbana. Ciò che viene regolarmente annunciato come un corteo pacifico e democratico si trasforma, con drammatica puntualità, in un assalto sistematico a negozi, forze dell’ordine, arredi pubblici e beni collettivi.
Gli autori di queste violenze vengono spesso identificati nelle frange più radicali dell’anarchismo e in esponenti dei centri sociali, aree storicamente collocate nell’alveo della sinistra extraparlamentare. Di fronte a questo scenario, la domanda sorge spontanea: cosa dicono leader politici come Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli?

Il dibattito politico e le accuse di strumentalizzazione

Secondo i critici, la risposta dei vertici della sinistra parlamentare appare spesso debole, se non del tutto assente. L’accusa mossa a queste forze politiche è quella di trincerarsi dietro la sacrosanta difesa del diritto allo sciopero e alla manifestazione per evitare una condanna netta e senza appello dei facinorosi. Una linea che, per molti cittadini e osservatori, suona come una giustificazione inaccettabile da un pulpito politico che ha perso autorevolezza.
Nessuno di buon senso può ritenere che il modo corretto di esprimere il dissenso sia distruggere le città, aggredire gli agenti di polizia e provocare danni ingenti a commercianti e residenti, i quali spesso non riceveranno alcun risarcimento per le perdite subite.
Parallelamente, si assiste a un paradosso retorico. Gli stessi ambienti che tollerano o non condannano con fermezza le violenze di piazza sono spesso in prima linea nell’etichettare come “fasciste” le figure del governo e della destra, da Giorgia Meloni a Matteo Salvini, fino a Roberto Vannacci. Ma se la parola “fascismo” implica storicamente l’uso della violenza e della prevaricazione per imporre le proprie idee, guardando a quanto accaduto a Milano – così come nei mesi passati a Bologna e in altre città italiane – sorge un interrogativo provocatorio: chi sta adottando, nei fatti, metodi squadristi e violenti?

Il declino del vero spirito dello sciopero

La realtà è che una parte della politica e del sindacalismo odierno, incluso il leader della CGIL Maurizio Landini, sembra aver smarrito il vero spirito dello sciopero e della mobilitazione di massa. Negli anni ’70, le grandi manifestazioni operaie e studentesche erano animate da una forza ideale e da una compattezza tali da far vacillare i governi e conquistare storici diritti per i lavoratori.
Se si paragonano quelle storiche battaglie sociali con i disordini dei tempi nostri, è impossibile trovare punti di contatto o elementi sovrapponibili. Allora c’era un progetto sul futuro; oggi, in certi contesti di piazza, sembra esserci solo la volontà di distruggere.
La sensazione di molti è che i facinorosi della politica di sinistra utilizzino la violenza come arma di pressione, mentre i leader di riferimento cerchino di minimizzare per non alienarsi il consenso di quelle frange radicali che, al momento del voto, rappresentano comunque un bacino elettorale. La tattica è vecchia come il mondo: attaccare per difendersi, spostando l’attenzione mediatica sulle presunte derive autoritarie del governo anziché sulle devastazioni concrete nelle strade.
Tuttavia, questa narrazione rischia di non funzionare più. Gli italiani di buon senso, che assistono quotidianamente allo spettacolo degradante delle città messe a ferro e fuoco, hanno ormai gli elementi per giudicare. E, al momento opportuno, sapranno esprimere il loro verdetto democratico nelle urne.