La sinistra delle tasse, delle occupazioni e il tramonto del riformismo


“Basta con la rendita parassitaria della casa”. È questo il grido sollevato all’interno del Parlamento Europeo dall’eurodeputata Ilaria Salis. Una dichiarazione che suona come un insulto diretto a milioni di cittadini che hanno lavorato una vita intera, risparmiando con enormi sacrifici per acquistare un immobile e metterlo a frutto attraverso un regolare affitto sul quale versano tasse già ingenti.
Siamo ormai al paradosso politico. La leadership del centrosinistra – da Elly Schlein a Giuseppe Conte, passando per Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli – si trova a fare i conti con queste uscite ideologiche, specchio di un’acredine diffusa verso i risparmiatori onesti. Viene da chiedersi se, nella visione dell’eurodeputata Salis, l’alternativa preferibile alla proprietà privata non sia l’occupazione abusiva degli immobili. Figure del genere, difficili da definire senza scivolare nella squalifica, non fanno che accelerare la regressione di una sinistra che un tempo aveva il compito storico di tutelare il lavoro, i sacrifici e i frutti del risparmio dei cittadini.
Il problema strutturale risiede nello slittamento identitario della sinistra italiana ed europea. Avendo progressivamente abbandonato l’agenda sociale e i bisogni concreti del ceto medio e della classe operaia, l’asse progressista si è concentrato quasi esclusivamente sui diritti civili, sulle tematiche LGBT e sull’accoglienza indiscriminata dei migranti, senza tuttavia spiegare con quali risorse e con quali strategie sostenere tali flussi. Quando poi esponenti come Salis prendono la parola sul tema economico, la linea espressa finisce per penalizzare proprio le fasce sociali che intenderebbero difendere. Secondo questa impostazione, un operaio non dovrebbe mai aspirare al progresso economico né all’acquisto di una seconda casa per garantire un futuro ai propri figli o per pagare un mutuo. L’obiettivo implicito sembra quello di costringere il cittadino a rimanere confinato nella fascia economica più vulnerabile.
Siamo di fronte a un radicalismo che supera persino la tradizionale etichetta di radical chic. Si predica rigorismo in pubblico e si coltiva il privilegio nel privato. Sarebbe interessante chiedere a Ilaria Salis se sia disposta a rinunciare al proprio emolumento da parlamentare europea – che supera i 20.000 euro mensili – o come intenda investire le ingenti risorse derivanti dalla sua carica politica. Di contro, se si chiedesse a qualunque cittadino, di qualsiasi estrazione sociale, se sia legittimo investire i frutti del proprio lavoro nel mattone, la risposta sarebbe scontata.
La parabola discendente del progressismo italiano appare evidente. Sarebbe opportuno chiedere agli stessi leader del cosiddetto “Campo Largo” se possiedano seconde case messe a rendita. Con queste premesse programmatiche e questi toni, la coalizione rischia di trasformarsi in un “Campo Santo” elettorale, dove il buon senso degli elettori confinerà una proposta politica ormai irriconoscibile per chi ha creduto nel riformismo democratico e non nel massimalismo ideologico. Del resto, l’armonia della coalizione regge solo davanti ai fotografi, salvo poi tradursi nelle dinamiche dei “fratelli coltelli” dietro le quinte dei partiti; dinamiche che un osservatore attento della sinistra come il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, conosce e descrive da tempo con precisione.
Arginare questa deriva anti-popolare è una necessità democratica. Quando si mette sotto accusa chi lavora e costruisce il futuro della propria famiglia, la stabilità sociale è a rischio. È prevedibile che, per coprire le tesi radicali di Salis, l’opposizione tornerà ad agitare i consueti riflessi condizionati, accusando il governo di fascismo, omofobia o razzismo. Ma i cittadini chiedono altro: chiedono che si torni a parlare di lavoro reale, welfare, crescita del ceto medio, futuro dei giovani e protezione dei più deboli. Temi che, con l’attuale classe dirigente della sinistra, sembrano purtroppo destinati a rimanere fuori dall’agenda politica, sostituiti da sterili polemiche ideologiche.