L’iceberg che minaccia l’Italia: tra violenza di piazza, cittadinanza facile e il fantasma della guerra civile


Trent’anni, un percorso scolastico al liceo di Salò, una laurea in comunicazione e una magistrale in Scienze politiche alla Statale di Milano, dove ha ricoperto anche il ruolo di membro del Senato accademico. Aggiungiamoci la presidenza degli studenti universitari musulmani, uno stage all’Ispi e anni di collaborazione con Il Fatto Quotidiano. Un profilo apparentemente impeccabile, da perfetta “storia di integrazione”. Questo è l’identikit di Youssef Siher, italo-marocchino, oggi indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo.
Basterebbe questo singolo, inquietante quadro per comprendere una verità che molti si ostinano a negare: l’attuale sistema di concessione della cittadinanza – così come tutti quelli adottati in passato – si basa su norme profondamente sbagliate.
Già si sentono le obiezioni della solita retorica progressista (parola oggi abusata e vilipesa): “Vabbè, ma anche gli italiani autoctoni delinquono; sarebbe potuto accadere a prescindere dalla seconda o terza generazione”. Il problema di questo ragionamento sta proprio nel tempo verbale. Non è il condizionale che dobbiamo usare, ma il presente indicativo. Perché qui stiamo parlando di presente. Stiamo parlando di fatti che accadono ora, adesso, sotto i nostri occhi. Se poi volessimo declinare la questione al passato, la situazione peggiorerebbe ulteriormente, visto che le devastazioni delle nostre città durante i cortei non sono purtroppo una novità per l’Italia. Genova, Bologna, Milano sono solo alcuni esempi di un filo rosso di violenza che unisce ieri e oggi.
Viene allora da porsi una domanda legittima e urgente: quanti soggetti ci sono, e ci sono stati, dietro a questi episodi di saccheggio – perché di saccheggio si tratta? Quanti episodi di violenza – perché di violenza si tratta? Quanti episodi di odio viscerale verso l’Italia e gli italiani sono stati manifestati durante cortei, scioperi e manifestazioni di piazza?
L’impressione è che siano tanti, tantissimi, decisamente troppi. Il caso di Youssef Siher rischia di essere solo la punta di un immenso iceberg che potrebbe celare dietro di sé una vera e propria organizzazione pericolosa per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.
In passato, l’Italia ha dovuto affrontare fenomeni eversivi organizzati di matrice politica. Ma quelle realtà, per lo meno, avevano gli attributi di dichiararsi politicamente collocate in un punto ben preciso dell’arco costituzionale o extraparlamentare, fosse esso a destra o a sinistra. Oggi, invece, assistiamo a una criminalità informe – perché chi organizza, devasta, ruba o saccheggia intere città è un criminale, senza se e senza ma – che si nasconde vigliaccamente dietro un diritto costituzionalmente garantito: quello di manifestare e di esprimere il proprio pensiero.
Ed è proprio appellandosi a questo principio che i partiti della sinistra italiana scelgono quasi di giustificare tutto. Il sottotesto culturale è sempre il solito, paternalista e permissivo: “Sono ragazzi, vanno compresi”.
Tutto questo è a dir poco vergognoso. È arrivato il momento di dirlo, anzi di gridarlo, senza il timore di essere tacciati dei soliti riflessi condizionati: “razzisti” o “fascisti”. Chi usa queste etichette per mettere a tacere il dissenso dimostra di non conoscere – o, peggio, di far finta di non conoscere – il vero significato di quegli appellativi. La devastazione e la violenza vanno condannate a prescindere, senza scusanti e soprattutto senza distinzione di razza o origine. Ma quando dietro a tutto questo si scopre il coinvolgimento di italiani di seconda generazione, “maranza” o quant’altro, allora è evidente che qualcosa nel meccanismo dell’integrazione non funziona.
E il corto circuito è soprattutto nelle menti di quei politici e opinionisti che giustificano, anche minimamente, i comportamenti devastatori che hanno messo a ferro e fuoco città come Milano. Il rischio reale, a lungo termine, è quello di una pericolosa contrapposizione tra blocchi. Da un lato la criminalità di piazza, dall’altro la potenziale nascita di gruppi organizzati di cittadini esasperati, decisi a contrastare questi fenomeni o a difendere la libertà di quelle donne italiane che oggi non possono più camminare tranquille per strada.
Scenari inquietanti, che rischiano di trasformarsi in contrapposizioni da vera e propria guerra civile. Viene da chiedersi: e se tutto questo avesse esattamente questo scopo? Sovvertire l’ordine istituzionale della nostra nazione?
Prima di giudicare e di bollare con l’etichetta di “razzista” o “fascista” chi chiede semplicemente legalità, sicurezza e pace sociale, sarebbe il caso di riflettere bene su cosa si dice. E, soprattutto, su chi si sta realmente difendendo con certe prese di posizione.